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Concorso 51 REFERENDARI TAR - 2025
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| Da: Irreperibile | 1 - 17/08/2026 11:24:53 |
| A quanto pare dm2479 era davvero un magistrato: in questo periodo sono sempre irreperibili perché in alto mare. | |
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| Da: Polymarket | 1 - 17/08/2026 11:35:42 |
| Nel senso poco figurato dello stare in barca a vela | |
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| Da: Gaetano Salvemini Da Me Stesso | 1 - 17/08/2026 11:37:55 |
| Signori del forum, un plauso sincero e devoto all'insigne Maestro che impreziosisce queste aride lande virtuali. In un marasma di ansie da prestazione, ricorsi preventivi e calcoli cabalistici sul voto di laurea, la presenza di Luigi Pirandello è un faro d'inestimabile elevazione dello spirito. Dopotutto, cos'è un concorso se non la più alta e grottesca messa in scena della forma che tenta invano di imbrigliare la vita? ​A beneficio del Maestro e dei colleghi concorsisti, dedico questo breve frammento. ​La Maschera di Sabbia ​Il sole di mezzogiorno picchiava senza pietà sul bagni La Conchiglia, trasformando l'arenile in una distesa accecante di calce viva. Sotto l'ombrellone numero quarantaquattro, l'avvocato Guerino Paldillani non sudava: trasudava nozioni. Attorno a lui, il mondo viveva la sua oscena e spensierata finzione estiva â€" urlio di bambini, risate sgraziate sotto il getto della doccia, il profumo dolciastro di cocco e crema solare â€" mentre egli rimaneva immobile, eretto nella trincea della sua sdraio, con addosso la divisa d'ordinanza del candidato integerrimo: camicia a maniche corte abbottonata fin sotto il mento, occhiali da vista scivolati sulla punta del naso, un asciugamano steso sulle cosce a mo' di improvvisato tavolino e un righello con cui tracciava linee tutte storte guidando un lapis HB viscido di sudore. ​Gli altri, poveri stolti, credevano di vederlo lì, al mare. Non capivano che del Guerino balneare non restava che una buccia, una scorza vuota esposta al libeccio. Il vero Guerino era altrove, immerso fino al collo nell'eccesso di potere, nell'atto politico, nei cavilli del silenzio-assenso, nelle pieghe degli elementi essenziali del contratto. Per tre mesi aveva voltato le spalle alle sirene del bagnasciuga, ripetendo a mente la distinzione tra annullabilità e nullità mentre la risacca scandiva il ritmo della sua lenta, inesorabile alienazione. ​L'avvocato sorrise di un sorriso amaro, quasi compassionevole, verso un vicino di ombrellone che si apprestava a tuffarsi. "Povera marionetta" pensò, "non sa che la vita reale è codificata, che la felicità non è nell'acqua salata ma nella pubblicazione della graduatoria finale". ​Saziato da quel sottile e perverso senso di superiorità , Guerino decise che era giunto il momento di sferrare l'ultimo attacco al diritto civile. Con gesto solenne, quasi sacerdotale, allungò la mano verso la borsa di cotone e sollevò l'imponente e vissuto tomo del maestro Bianca dedicato alle obbligazioni. L'ennesimo volume su cui aveva consumato gli occhi e incanalato ogni residuo di sanità mentale. ​Accarezzò la solida copertina rigida, le lettere marroni, la carta spessa e la rilegatura elegante che promettevano il successo, la gloria, la stabilità . Poi, sfogliò la prima pagina per riprendere la lettura. ​Bianca. ​Guerino sgranò gli occhi. Sfogliò la seconda. Bianca anch'essa. Con un palpito di terrore nel petto che gli serrò la gola, prese a far scorrere velocissimamente i fogli tra le dita: la terza, la ventesima, la duecentesima, la seicentesima pagina... Un deserto immacolato. Non un'accentazione, non una virgola, non la minima ombra di un'articolata teoria dottrinale. Nient'altro che un abisso di carta vergine, candida e muta. ​Tutto il Bianca non era altro che una pagina bianca. ​Inorridito, fissò la copertina: il titolo e l'autore erano lì, perfetti e imponenti, lapidari. Guardò dentro: il vuoto assoluto. Tra le sue mani tremanti non c'era altro che l'involucro di un sapere mai esistito, l'illusione di una forma che non conteneva alcuna sostanza. ​E allora l'avvocato Guerino Paldillani, sotto lo sguardo perplesso dei vicini di sdraio, si lasciò andare all'indietro sulla stoffa appiccicosa del lettino e cominciò a ridere. Una risata sgangherata, sottile, che lentamente si confuse con il fruscio delle onde. | |
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| Da: Al Massimo M''alzeglio | 1 - 17/08/2026 11:48:55 |
| Esimi tutti, Mio egregio Salvemini, se il suo Paldillani - che acutamente anagramma Luigi Pirandello - ha conosciuto il dramma del manuale immacolato, permetta che le narri di una sventura assai più sottile: quella che non colpisce la carta, ma la mano che dovrebbe vergarla. A beneficio suo e dell'intera platea di questa nostra grottesca fiera dei sogni, le rassegno questo secondo specchio della nostra comune follia. La Maschera del Tratto La fiera di Roma era un padiglione di lamiera e cemento che ribolliva sotto trecentoquarantaquattro gradi percepiti. Duemila anime stipate come comparse di una tragedia greca, divise per file alfabetiche, ciascuna incatenata al proprio banchetto di formica verde, stipate nel formicaio d'umanità . Al posto numero milleottocentoquarantadue sedeva il dottor Astarotte Salva-Tasso. Attorno a lui era un concerto di nevrosi: il ticchettio isterico delle penne sulle tempie, il fruscio morboso delle pagine dei codici nudi, i sospiri gutturali di chi presagiva la bocciatura. Astarotte, invece, non sospirava. Stava immobile, la schiena dritta come un fante di picca, lo sguardo fisso sul foglio protocollo intonso che giaceva dinanzi a lui. La traccia di Diritto Amministrativo era stata letta tre ore prima. Una traccia impeccabile, limpida, quasi elementare per chi, come lui, aveva consumato la giovinezza sulle glosse e sui pareri. Astarotte sapeva tutto. Conosceva la dottrina maggioritaria, la minoritaria, la deviazione giurisprudenziale del 2012 e persino l'orientamento personale del Presidente di Commissione. La soluzione era lì, limpida, perfettamente articolata nella sua mente. Afferrò la penna d'ordinanza. La punta di metallo toccò la prima riga in alto a sinistra. La carta assorbì un microscopico punto di inchiostro nero. Poi, il nulla. Il braccio di Astarotte si era pietrificato. Non per paura, no: per una sorta di superiore, chiarissima lucidità . Egli guardò quella goccia nera e d'improvviso vide l'assurdo. Se avesse scritto, se avesse profuso su quella riga la sua preziosa dottrina, che cosa sarebbe diventato? Un numero. Un fascicolo. Una pratica da liquidare in tre minuti d'orologio tra un caffè tiepido e una galletta della commissione. Avrebbe barattato la complessità irripetibile del suo pensiero per farsi ingabbiare nella forma rigida di un giudizio altrui. Un candidato accanto a lui scriveva a velocità furibonda, trasudando ansia sul protocollo. Astarotte lo guardò con una pietà sconfinata. "Povero burattino" pensò, "crede che fissando la sua mente su quel foglio essa diventerà eterna, e non capisce che sta solo firmando la propria condanna a diventare un ingranaggio". Senza un gesto di stizza, con una lentezza quasi solenne, Astarotte Salva-Tasso riavvitò il cappuccio della penna. Piegò il foglio protocollo â€" intonso, fuorché per quel solo, solitario punto d'inchiostro â€" e lo inserì nella busta grande. Si alzò. In mezzo al silenzio sepolcrale dell'aula, spezzato solo dal grattare delle penne altrui, il rumore della sua sedia che scorreva sul pavimento in cemento risuonò come una fucilata. Il commissario di ronda, con le braccia conserte e un'espressione tra lo sbalordito e il seccato, gli si parò davanti: «Dottore? Ma sono passate solo tre ore... consegna? Rinuncia? Non scrive più?» Astarotte gli sorrise. Un sorriso d'una dolcezza ineffabile, affabile, quasi regale. «Ho già detto tutto» mormorò a voce alta, «nel punto iniziale». E, lasciando la commissione ad impilare quella busta vuota, s'incamminò a passo lento e cadenzato verso l'uscita. | |
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| Da: Gaetano Salvemini Da Me Stesso | 17/08/2026 11:57:24 |
| Mio caro e stimatissimo D'Alzeglio, lei mi consola: l'astensione del suo Salva-Tasso (noto essere anagramma del maestro Salvatore Satta!) è l'unico atto di vera sanità mentale visto in tre secoli di concorsi. Ma se il suo eroe ha avuto la forza di ritirare la mano prima di cadere nel tranello della forma, c'è chi in quel tranello vi è affondato fino alle sopracciglia, diventandone l'involontario, supremo re. Le rassegno l'ultimo tassello di questa nostra sgangherata commedia. La Seduta Permanente La prova scritta era finita da sei ore. I due metri quadrati scarsi del banchetto di formica erano ormai liberi, la fiera deserta, le luci a neon spente a metà . Restava soltanto l'eco dei passi del peronale dinservizio che spazzava via tonnellate di involucri di merendine e fogli strappati. Restava anche il dottor Ascanio Vanni Serrimaggio. Sedeva ancora al suo posto, rigido, la giacca abbottonata e la penna stretta tra l'indice e il pollice, sospesa a un millimetro dal foglio. Attorno al suo banchetto si era formato un capannello di commessi esausti e del presidente di commissione, che si toccava la testa ormai priva di idee. «Dottore,» supplicò il presidente con la voce spezzata dalla stanchezza, «La prego. Le buste sono tutte sigillate. I candidati sono a casa. Dobbiamo chiudere il padiglione. Il tempo è finito da un pezzo. Consegni o si ritiri, ma per carità , si alzi!». Ascanio non mosse un muscolo. I suoi occhi, sgranati e privi di battito, fissavano il vuoto oltre le file dei banchi, fino alla parete. «Non posso» mormorò con una calma glaciale, quasi sovrannaturale. «Se mi alzo, interrompo l'efficacia dell'atto. Se consegno, mi sottopongo a una valutazione discrezionale. Se mi ritiro, presto acquiescenza al sistema. Io sto esercitando il diritto di resistenza passiva ad oltranza in sede amministrativa». «Ma dottore» urlò il presidente portandosi le mani ai capelli, «lei così diventa un arredo urbano! Un abuso edilizio! Debbo far intervenire la Pubblica Forza?». Ascanio sorrise, d'un sorriso sottile, impercettibile, ignorando la minaccia: «Esatto, Presidente. Ho finalmente trovato la mia natura giuridica: sono un bene demaniale indisponibile. E da qui non mi muove neppure un'ordinanza contingibile e urgente». E rimase lì, immobile nella penombra del capannone spento, a fare da monumento permanente alla vanità di ogni ambizione umana. | |
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Da: Ritamuras ![]() | 17/08/2026 12:11:11 |
| Ma davvero siete convinti che chi ha superato gli scritti stia a leggere i vostri pipponi? Ma smettetela per favore | |
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| Da: Per sopra | 1 - 17/08/2026 12:49:46 |
| Chi ha superato gli scritti a quest'ora è già in piedi dalle 6 di questa mattina e non accende il PC da due mesi... | |
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| Da: Non è vero | 1 - 17/08/2026 13:41:38 |
| Ogni tanto devo andare ad espletare i bisogni corporali e queste sono piacevoli letture, che agevolano e velocizzano la peristalsi. | |
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| Da: Cacolavori letteRari | 1 - 17/08/2026 14:57:03 |
| Concordo, sono piccoli capolavori che allietano e addirittura velocizzano le pause fisiologiche. | |
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| Da: Pazzo schizzato | 1 - 17/08/2026 23:17:50 |
| La verità è che la competizione non fa per me, mi piace soltanto l'otium contemplativo nello studio, odio sistematizzare lo studio, il mio unico piacere è passa di argomento in argomento un po' così come viene | |
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| Da: Dulcinea Del Raboso | 18/08/2026 19:56:42 |
| Ma secondo voi settimana prox usciranno i calendari degli orali? O tutto a settembre, come la vendemmia? | |
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| Da: x Dulcinea | 19/08/2026 02:28:04 |
| Dulcinea svegliati! La vendemmia, a causa del caldo straordinario, la stanno facendo ora! | |
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| Da: io voglio | 2 - 19/08/2026 10:46:43 |
| vincere il concorso al tar perchè posso lavorare dove voglio senza trasferirmi | |
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| Da: Dulcinea Del Raboso | 19/08/2026 16:02:01 |
| Meglio, arriverà prima il raboso novello! | |
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| Da: Grande sacerdote funebre | 1 - 20/08/2026 10:19:19 |
| Mi sembra chiaro a questo punto che sia giunto il momento di dichiarare la fine di questo forum e di esprimerne la sua orazione funebre. A parte alcuni tentativi molto divertenti, tutto questo forum si è spento con l'uscita di scena di dm 2479, unico testimone e guardiano del forum, capace di tenerlo vivo con animo e passione. Raccogliamoci per un momento e lasciamo questa landa desolata alla sua vuota desolazione. | |
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| Da: Polymarket | 20/08/2026 18:43:04 |
| In realtà io conosco un candidato che ha passato gli scritti che attualmente è in viaggio all'estero. Non so perché immaginiate i vincitori di questo genere di concorsi come persone che sacrificano tutto sull'altare dello studio | |
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| Da: X sopra | 20/08/2026 21:01:56 |
| Sarà in viaggio all'estero coi libri, chi è così cretino da prendere sottogamba l'occasione della vita? | |
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| Da: @Polymarket | 21/08/2026 09:36:40 |
| Eh grazie, magari è un giudice civile con dottorato in amministrativo, ha poco da ripassare. Poi, se è in viaggio col sacco a pelo, quello sì è un sacrificio. Se sta alle Maldive con una bella tipa, allora lo invidio davvero. | |
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| Da: Sulla gestione del tempo per orale | 21/08/2026 09:53:55 |
| La questione è soggettiva e in definitiva fossi un ammesso agli orali direi: https://youtu.be/cucbON99hkQ?si=xdM2UW5JdYMkOtaM | |
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| Da: Luigi Pirandello | 21/08/2026 20:03:03 |
| Il Dr. Aliseo Sforzabaratta svoltò l'angolo, verso la sede concorsuale di turno, sotto un cielo di piombo che gravava minaccioso sulla savana di sterpaglie e asfalto della periferia romana. Abituato agli orizzonti piatti, perennemente nebbiosi e malinconici di Vergate sul Foglio â€" un borgo dimenticato nella piega più spersa e arretrata della Pianura Padana, che detestava con la ferocia di chi non ne comprende la grammatica rurale â€" Sforzabaratta guardava quella distesa di terra riarsa e capannoni con il disprezzo dell'uomo di metropoli prestato all'esilio. Lì si occupava solo di cause soporifere e verticalmente noiose: litigi di vicinato, servitù di passaggio per trattori, distanze legali tra cisterne di liquame. Un'esistenza spesa a vivisegnare la noia più assoluta. Nel piazzale di cemento grigio, solcato da strisce nere di pneumatici e avvallamenti d'asfalto, circa un migliaio di disperati formava una coda immobile sotto una cappa di calore soffocante. Poi, con puntuale sadismo, si abbatté il temporale romano: una muraglia d'acqua calda che trasformò la savana in una risaia zanzarosa. Fu allora che lei gli si accostò, cercando rifugio sotto il suo ombrello. â€" Pensi che li faranno passare i codici coi rinvii? â€" gli domandò dal nulla indicando con un cenno del capo la fiumana di candidati che affondava nelle pozzanghere. â€" Questa sede... guarda che roba. Sembra un lazzaretto costruito apposta per farci passare la voglia di vivere. â€" I rinvii sono la disperazione dei codificatori e l'unica, patetica illusione degli ignoranti â€" rispose Sforzabaratta, stringendola a sé per evitarle la doccia d'acqua sconcia che colava dalle stecche. â€" Quanto a questo posto, è la prova scientifica che la geografia è una congiura contro la dignità umana. Ma stai vicina. Se affondiamo, almeno affondiamo in due! Per un'ora, schiacciati nel formicaio della coda sotto la frusta dell'acquazzone, vissero l'illusione di una fratellanza immediata, disperata, quasi comica nella sua assurdità . Si diedero del tu senza neppure accorgersene, spogliati di ogni decoro istituzionale, uniti soltanto dal terrore di essere bocciati. Si scambiarono fazzoletti zuppi per asciugare i dorsi dei volumi, ma non i numeri di telefono, si tennero le borse a vicenda per non farle affogare nel fango, maledicendo insieme le Sezioni Unite, il Consiglio di Stato e l'intero diritto amministrativo senza conoscere i rispettivi nomi. Sembrava che quel destino grottesco li avesse strappati al mondo per farne una cosa sola. Poi, i cancelli sferragliarono. La massa fu risucchiata nei padiglioni, inghiottita dal brusio sordo e dalla luce spettrale dei neon a soffitto. I codici vennero passati al setaccio da volti con l'espressività di un blocco di tufo, i telefoni sigillati in buste della polizia scientifica. Lo spazio circostante si sfuocò in un'orizzontalità allucinata, dove il tempo smise di scorrere per trasformarsi in una punizione corporale. Sforzabaratta finì al banco 412, piantato su un pavimento di cemento grezzo e rigato. La ragazza era svanita, inghiottita da quel mare di camicie stropicciate e bagnaticce. Si sedette. Il banchetto di truciolato traballava e strideva pericolosamente a ogni minimo movimento, sorretto soltanto dal peso sproporzionato dei suoi quattordici codici. Quell'asse di legno scheggiato di ottanta centimetri per cinquanta diventò la sua isola deserta. Cercò con gli occhi la compagna della tempesta, ma scorse soltanto nuche anonime e mani tremanti che impugnavano penne a sfera. La solidarietà del piazzale, la finta intimità sotto l'ombrello: tutto dissolto, evaporato nell'aria condizionata sparata a mille. Svitò il cappuccio della penna, fissò l'abisso del primo foglio bianco e capì, con un sorriso amaro e rassegnato, che ciascuno di noi è solo un fantoccio travestito da candidato, condannato a naufragare in solitudine sopra un'isola di compensato, con una zattera che non condurrà mai da nessuna parte. | |
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| Da: Manca il finale | 21/08/2026 20:32:11 |
| Quando Aliseo, tornando in albergo, incontrerà l'antica mestierante Giacomina Sbucciapannocchie, la quale lo aiuterà ad alleggerirsi dei pesi della vita oltre che di diverse banconote. | |
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| Da: Per sopra | 22/08/2026 11:19:58 |
| È chiaro che chi scrive non sta pensando al concorso... | |
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| Da: x Luigi Pirandello | 22/08/2026 11:46:10 |
| UCCI UCCI... SENTO ODOR DI DMUCCI!!! | |
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| Da: Per per sopra | 22/08/2026 11:52:19 |
| Anche perché è chiaramente un bot… dai, è palese. finora uno dei requisiti (impliciti) è essere un essere umano o quantomeno una persona fisica sé non vogliamo impantanarci in considerazioni sul concetto di umanità ! | |
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| Da: Senneh Slak | 1 - 23/08/2026 11:40:39 |
| Il tempo del concorso non si misura con le ore d'orologio, né con l'alternarsi sterile delle stagioni. C'è una geografia immobile, sospesa nel limbo della burocrazia romana, dove il destino di oltre un migliaio di anime consegnanti â€" ceti differenti, medesimi terrori â€" si trova raggomitolato, giacente, in attesa che una mano qualsiasi strappi la carta per pronunciarne la sentenza. Nel fondo d'uno stanzone d'archivio, al riparo da ogni luce della terra, riposava la busta del dottor Valerio Mantuano Torrelindo. Era una busta di carta avana, ruvida, priva di volto. Lì dentro, protetto dalla piattitudine della cellulosa, giaceva il suo elaborato di Diritto Privato. O meglio: giaceva ciò che egli aveva creduto di essere per sei ore di travaglio, quando la pelle delle dita gli si era colorata d'inchiostro e la fronte gli bruciava sotto il fiato caldo dei condizionatori della Fiera. Sulla copertina non v'era nome. Solo un cartoncino bianco con un numero seriale, e accanto un timbro a secco che pareva un'impronta di cenere. In quel rigido involucro sigillato con la ceralacca, la trattazione della proprietà , delle garanzie reali e delle patologie del contratto viveva una sua vita paradossale, occulta, quasi sacrale: essa non era ancora scritta nel libro dei vivi, né era stata gittata nella fossa dei dannati. In quella tenebra di carta, la prova era al contempo un capolavoro di nitida esegesi civile e una sequela di solenni bestemmie dottrinali. La soluzione sulla risoluzione per inadempimento era, ad un tempo, l'intuizione illuminata d'un futuro giureconsulto e l'infausto svarione d'un incolto. Incorrotto, il foglio non apparteneva a questo mondo: finché nessuna forbice avesse feso il lembo superiore di quella busta grande, Mantuano Torrelindo era simultaneamente Magistrato e miserabile fallito. Era il gatto di Schrödinger con indosso la toga. Ma se la busta riposava a Roma, il suo autore consumava i giorni di agosto in Sardegna, serrato nel palazzo padronale della famiglia d'origine. Una dimora di granito e pennacchi, adombrata da secolari piante di fico, dove le pareti trasudavano un'austera memoria di secoli. Ivi, il peso dell'attesa non era soltanto suo. Gravava su di lui il giudizio silenzioso dei ritratti ad olio allineati nel corridoio lungo: una dinastia ininterrotta di legulei severi, giudici del Regno, dotti rettori e medici sapienti dalla barba inamidata. Uomini che avevano dominato la norma e la vita, e dai quali pareva promanare una richiesta di continuità che gli serrava la gola. Valerio Mantuano Torrelindo misurava a passi lenti il pavimento in cotto della biblioteca d'ispirazione seicentesca, tra tomi rilegati in pergamena e l'odore penetrante di cera e di antico. Fuori, la canicola bruciava le radure della barbagia; dentro, il buio protettivo delle imposte socchiuse custodiva un silenzio interrotto solo dal ticchettio d'un orologio a pendolo. Tenendo il telefono stretto nella mano sudata, rinfrescava la pagina del forum a intervalli regolari. Egli pensava a quella busta e alle altre novecento che le facevano corona negli scaffali romani. Immaginava la commissione, tre paia di occhiali da lettura posati su una foderina verde, e una mano stanca che sfiorava la sua carta. Basterà un'omissione sulla causa del contratto? Un passaggio incerto sulla tutela del possesso? In quell'agosto sardo, schiacciato tra la grandezza inesorabile degli avi e la miseria d'un presente sospeso, il candidato capì la suprema tragedia d'ogni concorsista: la busta non racchiudeva soltanto un tema, ma il titolo medesimo per figurare tra i vivi della propria stirpe. | |
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| Da: Xtutti!!? | 23/08/2026 11:51:41 |
| Avete rotto il ca..o, apritevi un blog vostro e scrivete tutte queste ca..ate li!! | |
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| Da: Machevvoi | 23/08/2026 12:00:58 |
| Già siamo stati trombati manco ci si può divertire? Tanto gli idonei non leggono. | |
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| Da: Preghiamo insieme e diciamo | 1 - 23/08/2026 12:33:05 |
| Ascoltaci dm 2479 | |
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| Da: I.A. Lawlord | 1 - 23/08/2026 14:48:12 |
| Il nome era un retaggio scomodo, un'architettura di consonanti che masticava la memoria dei vinti: Nikas Yevsinsky. Discendeva da una famiglia di giuristi e ufficiali fuggiti da Pietrogrado nell'autunno del 1917, portando con sé soltanto un paio di candelabri d'argento e un'ossessione inesausta per la legalità formale. Per tre generazioni, i Yevsinsky avevano compensato la perdita della patria terrena con il culto inflessibile del Diritto. Per Nikas, tuttavia, non si trattava di semplice tradizione. Era una monomania. Il concorso in magistratura rappresentava, nell'ordinamento moderno, l'ultimo setaccio attraverso cui lo Stato selezionava la propria classe dirigente. Non esisteva potere più puro, né funzione più vicina al divino, del giudicare gli uomini in nome di una norma astratta. Per sei anni, Nikas visse confinato in una stanza tappezzata di manuali e rassegne di giurisprudenza, nutrendosi di concetti, distinzioni dogmatiche ed eccezioni procedurali. Poi, il nono giorno del suo trentesimo anno, accadde l'incredibile. Nikas scoprì di possedere quello che i fisici teorici avrebbero chiamato un campo di alterazione locale della realtà . Non avrebbe mai saputo se si fosse trattato di un'eredità biologica dormiente o di un ripiegamento dello spaziotempo causato dalla sua stessa tensione mentale. Il dato empirico, tuttavia, era inconfutabile: Nikas Yevsinsky poteva manipolare la materia, lo spazio e il tempo. Avrebbe potuto trasformare il piombo in oro per edificare un impero finanziario. Avrebbe potuto fermare il tempo per sventare guerre, o per dominare i mercati mondiali con la preveggenza dei flussi azionari. Avrebbe potuto cancellare i suoi nemici con un solo impulso della volontà . Un uomo con simili facoltà avrebbe legittimamente preteso il trono del pianeta. Nikas, invece, applicò la deviazione della realtà esclusivamente al concorso in magistratura. Attraverso la preveggenza, anticipò con mesi di scarto le tracce esatte che le tre sottocommissioni avrebbero estratto. Studiò ogni risvolto dottrinale di quei temi specifici, redigendo schemi perfetti ben prima di mettere piede nella capitale. Quando arrivò il momento della prova scritta nel gran padiglione di cemento, il presidente della commissione si limitò a confermare ciò che Nikas conosceva già nei minimi dettagli. Nondimeno, durante lo svolgimento, Nikas attivò il Potere. Il tempo nell'universo visibile si arrestò. La goccia di sudore sulla tempia del candidato al banco 214 rimase sospesa a tre millimetri dalla pelle. Il vocio dei sorveglianti si pietrificò in una frequenza muta. Nikas si alzò con calma, camminò tra i banchi immobili e si recò al guardaroba per consultare con assoluta freddezza gli appunti lasciati nella propria borsa. Quando si rese conto che la sua calligrafia rischiava di deteriorarsi nell'ultima ora di gara, fermò nuovamente il tempo per quaranta minuti, limitandosi a ricopiare in bella con una grafia d'una regolarità quasi tipografica. Utilizzò una forza cosmica capace di piegare le stelle soltanto per garantire che i suoi margini fossero perfettamente dritti e privi di sbavature. Anche per la prova orale applicò la medesima chirurgica preveggenza: previde ogni singola domanda dei commissari, preparandosi risposte ineccepibili, argomentate con citazioni letterali di dottrina e giurisprudenza. Molti mesi dopo, la graduatoria finale venne affissa al ministero. Nikas Yevsinsky scorse l'elenco dei vincitori con un calcolo freddo e analitico. Nonostante l'uso sistematico dei suoi poteri, nonostante la perfezione formale dei temi e la precisione chirurgica dell'orale, il suo nome non figurava in cima alla lista. Arrivò terzo. Il fattore umano, nella sua insondabile variabilità di valutazione e nelle impercettibili sfumature di gradimento della commissione, aveva mantenuto la sua frazione di imprevedibilità . La commissione aveva attribuito sfumature di merito e voti numerici che prescindevano dalla pura esattezza nozionistica. Nikas fissò il foglio per diversi minuti. Poi sorrise. Un sorriso privo di rancore, quasi liberatorio. Tre anni dopo, il Dottor Yevsinsky sedeva nel suo ufficio presso il Tribunale. La scrivania era sommersa da fascicoli di cause ordinarie: controversie sulle distanze tra confini, impugnative di licenziamenti, contenziosi di edilizia residenziale. Non aveva mai più attivato il Potere. I suoi poteri giacevano atrofizzati nel fondo della sua mente, simili a una vecchia appendice di cui l'evoluzione avesse perso l'utilità . Il pomeriggio precedente, durante una camera di consiglio particolarmente complessa, avrebbe potuto fermare gli orologi per leggere con comodo un'ordinanza della Cassazione depositata la mattina stessa, oppure costringere la mente dei colleghi a concordare con la sua tesi. Non lo aveva fatto. Aveva discusso per quattro ore, aveva citato a memoria un paragrafo del codice, aveva accettato un compromesso interpretativo con il Presidente di Sezione e aveva firmato la sentenza alle sette di sera, stanco, umano, fallibile. E felice. Perché aveva compreso l'unica grande verità del Diritto: il valore del giudice non risiedeva nella sua onnipotenza, ma nella sua soggezione alla legge. Un tale potere non poteva giudicare gli uomini; poteva soltanto forgiare o distruggere mondi. Per applicare la giustizia con pietà e rigore, occorreva condividere con imputati, attori e convenuti la stessa ed identica fragilità . | |
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| Da: Parola del signore | 1 - 23/08/2026 15:10:41 |
| Lode a te o dm 2479 | |
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